L’ideazione interpretativa
L’interpretazione è sostanzialmente un’operazione psichica (secondo Porot, “l’operazione di una mente curiosa”), che permette di attribuire un particolare significato a qualcosa ritenuto oscuro o difficile. Sia in situazioni normali sia patologiche può attuarsi mediante logiche deduzioni o improvvise intuizioni.
L’ideazione interpretativa è già da intendersi come un fenomeno abnorme, in quanto le deduzioni assumono carattere di illazioni, vale a dire di supposizioni arbitrarie, prive di fondamento.
Essa si differenzia dagli altri disturbi del contenuto del pensiero per i seguenti aspetti: l’ideazione prevalente o dominante non necessita di eventi scatenanti per imporsi allo stato di coscienza; nell’ideazione ossessiva il contenuto del pensiero è vissuto come estraneo, intrusivo, non voluto; l’ideazione delirante è caratterizzata dalla impermeabilità alla critica e al giudizio.
L’interpretazione può assumere caratteristiche di delirio, così descritto da Sérieux e Capgras (1909): “Ragionamento falso che ha per punto di partenza una sensazione reale, un fatto esatto, i quali, in virtù di associazioni legate alle tendenze, all’affettività, possono prendere per mezzo d’induzioni e di deduzioni errate, un significato personale per il malato, invincibilmente spinto a rapportare tutto a sé”. A differenza della “semplice” ideazione interpretativa, il delirio d’interpretazione non è rettificabile con la critica e, soprattutto nelle forme “croniche”, finisce per permeare l’intera esistenza del soggetto: «Questo delirio è una specie di “follia ragionante”, nel senso che obbedisce a un bisogno, a una mania, di spiegare tutto, di “decifrare” tutto, conformemente a un sistema fondamentale di significati. Questi deliranti, un tempo denominati “monomani intellettuali” (Esquirol), “arrangiatori”, sono quasi sempre “perseguitati”, che falsificano tutto o parte delle loro percezioni, dei loro ricordi, delle loro previsioni, in funzione della convinzione delirante di base. (…) La struttura di questi deliri è, come diceva de Clérambault (per contrapporli ai deliri passionali), non “a settore” ma “a rete”. Mentre i deliri passionali si sviluppano, infatti, come una catena, a partire da una ”cellula madre” (….), il delirio d’interpretazione è “a rete”; cioè la massa dei sintomi deliranti (interpretazioni, allusioni, supposizioni, pseudo-ragionamenti) costituisce un sistema più lasso e diffuso, una giustapposizione o un mosaico di idee deliranti, piuttosto che un’organizzazione coerente e serrata. (…) Ma nel periodo in cui la sua sistematizzazione è raggiunta, il delirante interpretativo trae da un lavoro raziocinizzante, nell’elaborazione stessa del Delirio, la convinzione di scoprire, infine, la verità; e questa contro-verità egli la pensa, la vive e la costruisce come un sistema dimostrato fino all’evidenza» (Ey, Bernard e Brisset, 1960).
Le interpretazioni possono essere “esogene” (attinte all’esperienza sensoriale) o “endogene” (partono da sensazioni corporee, immagini, pensieri, sogni): “con questo meccanismo interpretativo, a un tempo inferenza erronea ed intuizione immediata, i malati operano una vera trasformazione delirante del mondo” (Ey, Bernard e Brisset, 1960).

