I primi studi sul disturbo post-traumatico da stress sono di origine inglese e statunitense e vennero realizzati in seguito ai disastri ferroviari della seconda metà dell’Ottocento e allo scoppio di gasdotti. Durante la prima guerra mondiale, si cominciò a parlare di “shock da scoppio” e, durante la seconda, di “nevrosi da guerra”; infine, in seguito agli studi sui veterani del Vietnam, verso gli anni ’70, si giunse al modello del disturbo post-traumatico da stress. Solo successivamente i sistemi classificatori hanno preso in considerazione il disturbo acuto da stress quale situazione clinica preliminare di un successivo disturbo post-traumatico, differenziando quindi la sintomatologia immediatamente successiva al trauma (che, nei criteri diagnostici, dura al massimo un mese), da quella che può permanere o comparire ex novo a distanza di tempo.
Horowitz (1976) ha osservato che le vittime del trauma oscillano tra la negazione dell’evento e la sua ripetizione compulsiva attraverso flashback o incubi, e ha identificato otto risposte psicologiche comuni che conseguono a un evento catastrofico: dolore o tristezza; colpa per i propri impulsi di rabbia o distruttivi; paura di diventare distruttivo; sentimenti di colpa per essere sopravvissuti; paura di identificarsi con le vittime; vergogna rispetto al sentimento di impotenza e di vuoto; paura di ripetizione dell’evento; intensa rabbia diretta verso la fonte del trauma.
Anche in un evento catastrofico, la prima risposta dell’individuo è di tipo adattivo, con una reazione psichica e biologica deputate a favorire uno stato di allerta e di attacco o fuga. Tuttavia, l’intensità della reazione può diventare rapidamente controproducente, dettando comportamenti che inibiscono le facoltà decisionali e operative sino a una vera e propria inibizione con paralisi, sintomi conversivi e dissociativi, panico e fuga afinalistica.
“Il campo oggetto di valutazione in un evento catastrofico è senza alcun dubbio quello delle emozioni e di come esse si esprimono attraverso l’affettività, il comportamento e il linguaggio” (Furlan, 2003): tutti coloro che ne sono coinvolti (vittime e soccorritori) subiscono un forte contraccolpo emotivo, per cui è opinione comune che si renda necessario un intervento precoce per prevenire o quanto meno ridurre il rischio di evoluzione verso forme croniche di disturbo post-traumatico, invalidanti per la vittima e problematiche per i suoi familiari. Alcuni studi recenti hanno infatti dimostrato che gli effetti psicologici di un grave trauma possono ripercuotersi sui discendenti delle vittime: “Il disturbo post-traumatico da stress può durare una vita: legato alla difesa dissociativa, frattura il Sé e condiziona le modalità di attaccamento con conseguenze devastanti sui propri figli (De Zulueta, 1999)”.
I protocolli e le linee guida sull’intervento psicologico e psichiatrico negli eventi catastrofici concordano sulla necessità, fin dalle prime battute, di un “triage” psichiatrico che identifichi la classe di gravità del paziente, per una migliore organizzazione dei primi soccorsi e la definizione di priorità del trasporto. La terapia del disturbo acuto da stress deve prendere in considerazione il trattamento prevalentemente, ma non solo, farmacologico dell’espressività psicopatologica acuta (panico, agitazione, sintomi dissociativi, disturbi del sonno, ecc.) e l’individuazione precoce del rischio di comorbilità e di evoluzione verso altri disturbi; di fondamentale importanza è anche un trattamento psicoterapeutico di supporto.
Non deve mai essere trascurato il possibile disagio psichico nei soccorritori: “Chiunque sia testimone di una catastrofe è in qualche maniera vittima della catastrofe” (Furlan, 2003). Tra le tecniche che hanno avuto in tempi recenti una notevole diffusione sono il defusing e il debriefing. Il defusing (dall’inglese defuse = disinnescare) è un momento non necessariamente strutturato, impiegato “a caldo” o immediatamente dopo che si è verificato l’evento critico, per raccogliere lo sfogo e attuare una liberazione emozionale; attraverso la comunicazione reciproca degli accadimenti, dei pensieri e dei vissuti emotivi, conduce sia a una “normalizzazione” dell’esperienza sia a una stabilizzazione delle emozioni, favorendo il senso di appartenenza al gruppo. Il debriefing (dall’inglese debrief = interrogare, chiedere un rapporto verbale) è una tecnica più strutturata, individuale o a piccoli gruppi omogenei, attuata in un secondo momento, finalizzata a rievocare i fatti e le emozioni provante durante e dopo l’evento, allo scopo di ridurre le conseguenze psicologiche dell’esposizione al trauma.

