Disturbi del linguaggio e schizofrenia
I disturbi del pensiero nella patologia schizofrenica rappresentano un sintomo fondamentale: insieme ai processi di desimbolizzazione (perdita dei simboli condivisi), il tipo di pensiero definito “paleologico” costituisce uno dei meccanismi caratteristici della schizofrenia. Il soggetto segue una propria logica, che si allontana da quella comune, caratterizzata dai principi aristotelici, e utilizza alcuni livelli meno evoluti di integrazione psichica. Questo processo si riferisce al principio della regressione teleologica, in quanto si utilizzano meccanismi arcaici di funzionamento mentale e tale regressione ha lo scopo di evitare vissuti angoscianti (Arieti, 1959-1966).
Il pensiero paleologico dello schizofrenico sembra inoltre caratterizzato dal principio della “causalità psicologica”, per cui cerca la spiegazione di un fatto non mediante una motivazione fisica, bensì una motivazione personale o una propria intenzione.
La logica peculiare del paziente schizofrenico riguarda anche un modo nuovo, diverso, di considerare il linguaggio e, quindi, le parole. A tale proposito, è possibile formulare un principio importante della paleologica, secondo il quale il paziente schizofrenico sarebbe caratterizzato da una riduzione della capacità di connotazione e dalla prevalenza della denotazione e della verbalizzazione: in tal modo, la parola rimane isolata dal contesto logico e acquista un maggior tono emotivo e un maggior valore soggettivo, in base all’importanza dell’esperienza sensibile e dell’estrema soggettività, che impediscono ogni riferimento astratto. Attraverso la denotazione, le idee del paziente vengono espresse con parole che descrivono immagini sensoriali, in quanto il pensiero è strettamente collegato alla concretezza e all’emotività. Con la prevalenza della verbalizzazione, oggetti diversi vengono identificati perché aventi la stessa verbalizzazione, ossia lo stesso simbolo fonetico o scritto: la parola, a questo punto, non è più un simbolo convenzionale, ma viene considerata identica all’oggetto, acquistandone, inoltre, la stessa proprietà (Arieti, 1959-1966).
Freud si occupò dei disturbi del pensiero e del linguaggio nella malattia schizofrenica nelle opere L’inconscio e Supplemento metapsicologico alla teoria del sogno, entrambe del 1915, in cui egli distinse la “rappresentazione di cosa” dalla “rappresentazione di parola” di un oggetto, sottolineando come nella schizofrenia siano le parole, e non le cose, a essere soggette al processo primario; sono pertanto le parole che, condensate e sostituite, determinano il peculiare disturbo del pensiero schizofrenico. In base a queste osservazioni, le rappresentazione degli oggetti esterni nella mente del paziente vengono disinvestite da un punto di vista libidico; inoltre, la libera comunicazione tra preconscio (investimento della parola) e inconscio (investimento della cosa) risulta bloccata; questo è il motivo per cui il paziente “si accontenta” delle parole al posto delle cose (Pao, 1973).

