Agitazione psicomotoria
Il termine agitazione è usato con significati diversi, ma in genere si riferisce a un gruppo eterogeneo di attività verbali o motorie, inappropriate o eccessive, che riflettono un disagio del paziente, possono comprometterne la sicurezza e limitano fortemente la gestione terapeutica.
Cohen-Mansfield (1986) considera l’agitazione psicomotoria come “una serie di attività verbali, vocali o motorie socialmente inappropriate e non necessariamente indotte da una condizione medica sottostante”. Freedman e Kaplan (1995) la definiscono come “un’eccessiva attività motoria e cognitiva di solito non produttiva e in risposta a tensioni interne”. E per Petiziol e Sammartino (1969), «il malato espande, per così dire, lo spazio del proprio corpo, “si butta fuori” attraverso rapidi movimenti delle estremità, con la fisionomia, con la mobilità della testa ma soprattutto con gli spostamenti di tutto il corpo. Egli si dimena, corre, si arresta, gesticola, si agita, chiude i pugni, solleva le braccia. Il volto, pur mantenendo una espressione costante, presenta una variabilità e una mobilità straordinarie».
Si noti come tutte le definizioni considerino esclusivamente e necessariamente l’aspetto comportamentale, sostanzialmente secondo due parametri: quello fenomenologico (comportamento verbale e/o motorio) e quello teleologico (anzi a-teleologico), nel senso di un frequente apparente afinalismo, e comunque di inappropriatezza ed eccessività.
Poco o nulla può essere detto rispetto agli aspetti emotivo-affettivi profondi che sono alla base della condizione di agitazione. E questo per due motivi: sia perché il termine “agitazione” può essere impiegato prevalentemente da un osservatore esterno, che è in grado di percepire l’inadeguatezza del comportamento della persona osservata, senza che quest’ultima debba necessariamente condividere questo giudizio; sia perché il sintomo agitazione percorre trasversalmente l’intera nosografia psichiatrica e quindi la gamma di vissuti emotivi che ne rappresentano la “molla” interna.
Non sempre l’agitazione sfocia in un comportamento francamente aggressivo; questo è in relazione agli stimoli ambientali e al tipo di relazione che si instaura: il comportamento agitato, comunque, suscita solitamente un istintivo timore nell’osservatore, che teme di essere inglobato nel progressivo dilagare dei movimenti ipercinetici ed è indotto quindi a mettere in atto reazioni autoprotettive (per esempio, di attacco o fuga).
In ogni caso, operare su una condizione di agitazione psicomotoria (o di aggressività), significa quasi sempre agire in urgenza, laddove la sollecitazione all’urgenza si concretizza nell’intervenire, vale a dire nell’entrare a forza nella situazione problematica, nel “dover fare qualcosa”, anche quando tale intervento non sia sostenuto da precisi riferimenti o obiettivi clinici.
D’altra parte, la decodificazione di un materiale che si presenta, in alcune manifestazioni dell’agitazione, in maniera tanto farraginosa, non è certo facile. Lo psichiatra, come all’interno de L’Empire des Lumières di René Magritte, si trova sbalzato in ambiti che, di volta in volta, e talora anche all’interno di una stessa situazione, si configurano come zone di luce o zone di ombra: sovente si trova a dover intervenire su una condizione “chiara”, in cui riesce a percepire il senso del proprio agire, del proprio intervento; ma ancora più frequentemente, si trova all’interno di zone “oscure”, che vedono il paziente muoversi in un universo di significati prevalentemente informe, soverchiato dalle “implicità” e dalle latenze dei suoi vissuti, mutevoli, polivalenti, disorganici.

