Aggressività e disturbo borderline di personalità
Il disturbo borderline di personalità è una delle più complesse e controverse entità diagnostiche ed è l’unica che, dal nome (letteralmente “linea di confine”), non rivela nulla delle caratteristiche peculiari del disturbo.
Il termine deriva da una considerazione di “confine” della nosografia classica, che distingueva due forme principali di disfunzione psichica, le nevrosi e le psicosi, e considerava il disturbo borderline come entità diagnostica collocabile al limite fra le due.
A causa di questa indefinitezza, tale categoria è stata considerata per un certo tempo il “cestino dei rifiuti” della psichiatria ovvero una “etichetta” sovente utilizzata in condizioni di incertezza diagnostica.
Attualmente il disturbo borderline di personalità rappresenta il terreno di scontro tra teorie di diversa impostazione: alcuni lo considerano come una entità nosografica distinta all’interno dei disturbi di personalità, mentre altri mettono in luce l’estrema eterogeneità di questa categoria, che ha confini incerti e si sovrappone a numerosi altri disturbi; per questo, se volessimo provare a utilizzare i criteri di tipo fenomenologico proposti dagli attuali sistemi classificatori, ci troveremmo di fronte alla possibilità di individuare un altissimo numero di unità diagnostiche differenti.
Il DSM-IV-TR definisce il disturbo borderline di personalità come “una modalità pervasiva di instabilità delle relazioni interpersonali, dell’immagine di sé e dell’umore ed una marcata impulsività”, e valuta l’aggressività di questi pazienti soprattutto in termini di impulsività, ricorrenti minacce o comportamenti suicidari o automutilanti, rabbia immotivata e intensa o difficoltà a controllare la rabbia e ideazione paranoide.
Questo paziente oscilla continuamente tra il bisogno di instaurare un rapporto esigente, assoluto con un oggetto idealizzato e fantasie e comportamenti che tradiscono un profondo senso di onnipotenza “magica” in se stesso. A causa di uno strutturale problema di diffusione dell’identità (anche se le rappresentazioni del Sé sono abbastanza differenziate, a differenza dello psicotico), può vivere l’altro come eccessivamente vicino, intrusivo, e quindi mettere in atto improvvisi agiti eteroaggressivi che ristabiliscono una distanza emotiva per lui meno pericolosa; viceversa, per prevenire o affrontare angosce abbandoniche, può talora utilizzare l’aggressività autodiretta, sotto forma di automutilazioni o tentativi di suicidio, allo scopo di evitare la perdita di quella persona che custodisce una parte del proprio sé, quella parte che egli non è in grado di integrare nella sua struttura di personalità, ma di cui sente la necessità.
Gli episodi di rabbia intensa e immotivata si manifestano invece all’interno di un quadro di marcata reattività dell’umore, nell’ambito della quale, agli improvvisi eccessi d’ira si contrappongono repentini mutamenti dello stato d’animo in senso depressivo e pessimista. Sono quindi persone arrabbiate con se stesse e con il mondo, ma vivono anche una pervasiva e frequente sensazione di vuoto e di noia, tutti vissuti di cui spesso non conoscono l’origine.
Tra gli autori che hanno maggiormente studiato l’aggressività nell’ottica psicoanalitica vi sono Kohut e Kernberg; entrambi si sono dedicati allo studio dei pazienti borderline, in cui l’aggressività gioca un ruolo determinante.
Kohut considera l’aggressività come un prodotto di disintegrazione, primitivo, ma non psicologicamente primario, all’origine del quale vi sarebbe sempre una grave ferita narcisistica, una ferita che ha minacciato la coesione del Sé. Per Kernberg, invece, l’aggressività è una condizione biologica innata e non, quindi, la risposta a uno stimolo, bensì un ingiustificato, distorto e prestrutturato insieme di propensioni verso una situazione.

