Aggressività e psicanalisi
Le teorizzazioni psicoanalitiche sull’aggressività si sono orientate verso due principali tendenze: la prima ritiene fondamentale il ruolo di intense spinte pulsionali, su base costituzionale; la seconda pone invece l’accento sulle carenze emotive ambientali che determinerebbero un deficit evolutivo, responsabile della fragile strutturazione della personalità. Le due ipotesi interpretative possono essere rispettivamente ricondotte alle teorie di Kernberg e Kohut.
“Kernberg, pur sottolineando l’importanza che possono rivestire precoci frustrazioni ambientali, attribuisce un ruolo di maggior rilievo alle spinte pulsionali aggressive, che determinerebbero soprattutto introiezioni negative e predisporrebbero alla persistenza della scissione. Kohut non considera la rabbia narcisistica come dato primario, cioè come derivato pulsionale distruttivo, e non assegna alle pulsioni aggressive un ruolo fondamentale nella genesi di tutta la patologia personologica; per Kohut la rabbia è il risultato della mancanza di empatia dell’oggetto-Sé, vale a dire di carenze ambientali. Il difetto istintuale consisterebbe in una mancata evoluzione della libido e non in una particolare forma di vicissitudini pulsionali aggressive, come invece sostiene Kernberg.
Su una posizione intermedia si colloca Bergeret, il quale descrive un “turbamento pulsionale” che avviene quando l’Io non è ancora sufficientemente organizzato e risulta piuttosto immaturo nella sua strutturazione e nella sua capacità di adattamento e difesa rispetto agli stimoli; un “trauma affettivo” (di origine interna o esterna) destrutturerebbe l’organizzazione della personalità in via di formazione” (Furlan et al., 1996).
L’aggressività, in un’ottica psicodinamica, va comunque considerata una modalità per stabilire la propria identità, differenziandosi e prendendo le distanze dall’altro quando lo si percepisce come troppo ingombrante o intrusivo.
Nel momento in cui, nella fase anale dello sviluppo psicogenetico secondo Freud (1908a, 1913), il bambino comincia a strutturare la propria identità, si forma anche questa modalità di rapporto con l’altro; e il differente esito tra normale acquisizione di un’identità o sviluppo di valenze aggressive dipende in gran parte dalle risposte che vengono fornite dalle figure genitoriali ai moti d’indipendenza del bambino, che si attuano anche attraverso modalità aggressive; di fronte a reazioni costantemente ed eccessivamente accondiscendenti, il bambino può vivere una condizione di “frustrazione” del proprio percorso di individuazione-autonomia; viceversa, se da parte genitoriale si verificano reazioni eccessivamente preoccupate e iperprotettive, si può realizzare un annichilimento dei movimenti di autonomizzazione o, all’opposto, una escalation dell’aggressività.
È interessante notare come il linguaggio aggressivo sia rimasto correlato, in alcune sue “colorite” espressioni, alla zona anale, vale a dire alla zona anatomica cui si richiama questa fase secondo la teorizzazione freudiana; infatti, per far capire, in modo triviale, ma esplicito, a un altro che si vuole essere totalmente indipendenti da lui, lo si invita a “prenderlo in c…” o a “fare in c…”; viceversa, per indicare che qualcun altro ci ha reso, nostro malgrado, totalmente sottomessi, si dice che “ce l’ha messo in c…”.
Sempre nell’ambito dello sviluppo psicologico del bambino, l’aggressività gioca un ruolo centrale nelle dinamiche intrapsichiche che conducono alla strutturazione delle istanze superegoiche e alla formazione della coscienza morale. In tal senso, il Super-Io deriva principalmente da due fonti: da una parte, è l’introiezione diretta dell’autorità parentale punitiva; dall’altra, rappresenta la ritorsione dell’aggressività, non esteriorizzata, che il bambino nutrirebbe contro il genitore quando questi gli impone dei divieti. In questo secondo caso, “l’effetto della rinuncia pulsionale sulla coscienza è (…) che quella parte di aggressività che tralasciamo di soddisfare viene presa sopra di sé dal Super-Io e ne accresce l’aggressività (contro l’Io)” (Freud, 1929).
In altre parole, Freud introduce l’idea di un’aggressività che si ritorce sull’Io proprio a seguito della rinuncia ad assecondare i desideri aggressivi di vendetta contro il genitore che ha impedito il soddisfacimento pulsionale. La tensione esistente fra il bisogno di essere amato dall’autorità e la spinta verso il soddisfacimento pulsionale, la cui inibizione genera aggressività, crea quella situazione di compromesso in cui il senso di colpa rappresenterebbe l’inevitabile conseguenza.

