In psicopatologia si differenziano l’ambivalenza “normale”, fisiologica, dall’ambivalenza “patologica”, in particolare schizofrenica. Inoltre, a seconda della dimensione psichica interessata, si distinguono l’ambivalenza degli affetti (sentimenti opposti rispetto a uno stesso oggetto), l’ambivalenza della volontà o ambitendenza (presenza di intenzioni opposte) e l’ambivalenza del pensiero (coesistenza di due realtà contrapposte).
Il termine ambivalenza, introdotto da Bleuler (1911) quale sintomo fondamentale della schizofrenia, è stato successivamente impiegato da Freud e dagli psicoanalisti per descrivere un importante aspetto della psicodinamica dell’ossessivo, in riferimento a problematiche conflittuali della “fase anale”. Da un punto di vista psicodinamico, l’ambivalenza è una tendenza affettiva fisiologica di questa fase dello sviluppo (collocabile tra i 2 e i 4 anni), caratterizzata dal raggiungimento del controllo sfinterico, situazione molto spesso associata, da un punto di vista temporale, alla deambulazione e quindi a una maggiore possibilità di regolazione della vita sociale. Il bambino, allo scopo di procedere nella propria autonomizzazione e raggiungere la propria identità, comincia a essere portatore di una condizione di ambivalenza amore-odio: l’amore, come bisogno dell’altro, e l’odio, come risposta aggressiva verso l’altro, in quanto oggetto di dipendenza.
Per altro, in tutto il corso dell’esistenza umana, l’amore, in quanto elemento di dipendenza, può comportare il sentimento contrario. È il caso, per esempio, dell’innamoramento: soprattutto nelle prime fasi di questa condizione esiste una specie di rapporto simbiotico con l’oggetto amato, che viene idealizzato e di cui si sente costantemente la mancanza; si configura una situazione di forte dipendenza, con possibile frustrazione di bisogni e richieste così totalizzanti da essere difficilmente appagabili, da cui può derivare, in modo ambivalente, un sentimento di odio (non a caso molte situazioni di odio si strutturano dopo la fine di un rapporto di amore).
Un’altra situazione di ambivalenza caratteristica della fase anale è quella dei giochi di separazione e avvicinamento: il bambino si avventura in una breve corsettina lontano dalla mamma, per poi lanciarsi tra le sue braccia al primo richiamo; oppure gioca a nascondersi, per farsi ritrovare dai genitori. Così facendo, si struttura e procede nella propria autonomia; può cominciare a combattere le proprie paure di abbandono, anche perché in questi giochi non ha mai un ruolo passivo: è lui che “abbandona” i genitori, correndo lontano da loro o nascondendosi (si tenga presente che su questa logica della perdita e del ritrovamento si basano molte favole, film e romanzi, il cui successo sta anche in questo riferimento a un vissuto intimo personale, che è presente in ogni essere umano).
Secondo Laplache e Pontalis (1967) «il termine di ambivalenza è spesso usato nella psicanalisi con una accezione molto ampia. Esso può infatti servire a indicare le azioni e i sentimenti risultanti da un conflitto difensivo in cui entrano in gioco motivazioni incompatibili; dato che ciò che è piacevole per un sistema è spiacevole per un altro, si potrà considerare ambivalente qualsiasi “formazione di compromesso”. (…) Affinché esso conservi il valore descrittivo, anzi sintomatico, che aveva all’origine, bisognerebbe ricorrervi nell’analisi di conflitti specifici in cui la componente positiva e la componente negativa dell’atteggiamento affettivo siano simultaneamente presenti, indissolubili, e costituiscano un’opposizione non dialettica, insuperabile per il soggetto che dice a un tempo sì e no».

