Di Giuseppe Ballauri
Sulla scorta dell’iniziativa intrapresa nel 2009 e conclusasi nel 2012 per la formazione dei medici con l’utilizzo della fiction cinematografica e con la presenza di uno psicoanalista ,nata dalla collaborazione tra l’Ordine dei Medici della Provincia di Genova e la Sezione Ligure della Società Italiana di Psicoterapia , la Commissione di Pediatria dell’Ordine Provinciale di Genova , rappresentata delle dottoresse: Burrai, Detoni e Sbolgi, ha deciso di riproporla nel 2016 per gli specialisti di Pediatria .Aperta tuttavia alle altre specializzazioni e ai medici di base e senza preclusioni anche agli psicologici e agli operatori che si occupano della terapia di coloro che per la sofferenza fisica o psicologica si rivolgono a loro.
Il tema dei seminari proposto dalla Commissione di Pediatria è stato quello della “Famiglia che cambia” finalizzato ad affrontare le interazioni all’interno della famiglia che possono trasformarsi in vissuti e situazioni patologiche.
Abbiamo, quindi, osservato la famiglia che cambia con tutte le conseguenze di ordine emotivo, affettivo, di espressione di violenza o di amore paradossale. Abbiamo osservato ed affrontato nel dibattito: una madre che abbandona il figlio mentre sta cercando della droga, un viaggio di sapore iniziatico di un transgender, una giovane adolescente che rimane incinta a 16 ,una santificazione di una figura paterna, balordo, misantropo e puttaniere e così via. (Alcuni dei dibatti sui film proposti sono stati in sintesi commentati su questa stessa Rivista dal dott. Campus ,pediatra e appartenente alla Commissione di Pediatria)
Siamo stati aiutati dal cinema e dalla psicoanalisi ,in quanto dispositivi per pensare che vengono alimentati dalle emozioni e dagli affetti senza eliminare il giudizio critico e analitico, a riflettere su argomenti scabrosi, violenti, imbarazzanti o immaginabili ma profondamente veri nell’attuale contesto sociale , dove la famiglia si è spesso trasformata e può apparire completamente modificata nella sua costituzione e nelle relazioni tra i suoi membri di come l’ abbiamo conosciuta nel passato .
Il medico è spesso solo di fronte alle problematiche estremamente conflittuali che possono emergere nella relazione tra i genitori e tra i genitori e i figli ,soprattutto quando il medico viene chiamato per essere aiutato ad affrontare situazioni che possono apparire senza soluzione immediata e con implicazioni sociali o perfino legali, come in parte abbiamo osservato in alcuni dei film presentati. Il medico non è sempre esente dal vivere emozioni contrastanti e conflittuali e perfino dolorose nella sua pratica professionale, sia come specialista in pediatria o come medico di famiglia.
Sulla scorta di queste considerazioni si è deciso di concludere il ciclo di seminari con la presentazione del film : Io ti salverò ,USA,1945,regia di Alfred Hitchcock ).
Il film ha come protagonisti due grandi stelle del cinema :I. Bergman e G. Peck ,e sarebbe diventato il classico dei classici film sulla psicoanalisi.
Io ti salverò è quindi non solo una messa in azione narrativa delle teorie psicoanalitiche ,come avremo occasione di osservare piuttosto superficiale e banalizzata ,ma rappresenta uno specchio di come può essere percepito il medico che nel film sono quasi tutti psichiatri (operano perfino),ma in cui tutti noi possiamo riconoscerci ,indipendente dalla branca della medicina che esercitiamo ,quando entrano in gioco nelle relazioni con il paziente o con i colleghi forti emozioni ed affetti .
Troviamo quindi nella pellicola un medico sofferente di una discreta nevrosi ,una dottoressa che si innamora di un paziente ,un omicidio probabilmente perpetuato da un medico e conflitti profondi di natura affettiva ,di competitività ,d’ambizione e potere all’interno di un ambiente medico.
Hitchcock non era del tutto contento di come aveva condotto il film e nella famosa intervista di Truffaut lo definì Una caccia all’uomo in un involucro di pseudo psicoanalisi.
Forse aveva ragione , ma se noi vediamo il film, estrapolandolo dalle intenzioni del regista e dalle sue nevrosi, che riuscì ,tuttavia, a rendere in immagini e quindi a dare un senso ai propri conflitti ,come una opera aperta che si apre a più significati ,ci accorgiamo che il film non rappresenta soltanto un cinema di genere, che sia un giallo, un noir oppure di ambientazione psichiatrica.
Possiamo coglierne invece gli aspetti profondi che riguardano proprio la condizione di noi medici di fronte al nostro mondo interiore ,alle nostre ansie, alle nostre idiosincrasie e alle nostre sofferenze.
Il medico purtroppo non ha sempre la possibilità di mettere sotto forma di contenuti artistici e narrativi il proprio malessere psicologico .
“ Anche se i medici sentono altri impulsi oltre quelli professionali e scientifici ed in generale subiscono prepotente il richiamo di una cultura più vasta. Una cultura che coinvolga l’uomo nella sua interezza.
Per questo ci sono medici scrittori, poeti, musicisti, pittori, artisti in senso lato. -come scrive Emilio Corbetta ,celebre oculista e artista- in quanto il desiderio di “dire”, di manifestare la propria realtà interna in rapporto a quanto c’è fuori, nella realtà e negli altri, va oltre alla professione che pure è ricca di tutte le sue, più che affascinanti, caratteristiche.”
Il più delle volte però il medico si trova solo senza la possibilità di chiedere un aiuto ,come fa invece Costance la protagonista del film ,recandosi nella casa del suo Supervisore, quando deve affrontare problematiche così intense in cui il transfert del paziente ,e cioè un coinvolgimento emotivo ed affettivo nei confronti del medico , che ripropone nella relazione bisogni rimossi di accudimento e protezione .si trasforma in un contro transfert . Cioè il vissuto empatico del medico nei confronti del paziente , che gli permette di comprenderlo ed aiutarlo a risolvere le sue problematiche ,ma che può riproporre al medico se non viene compreso da lui conflitti antichi o attuali .
Il film ci sollecita ,allora ,a pensare alle nostre nevrosi ,ai momenti della vita in cui ci siamo trovati in una condizione di sofferenza organica o psicologica, e spesso in quanto medici ,quasi come per definizione ,a doverla negare.
Ho avuto alcuni medici in analisi che in genere presentavano molte resistenze ad accettare il ruolo di paziente , della persona sofferente ,vergognandosi dello stato di debolezza in cui si trovavano ,ma che nel corso del processo analitico hanno imparato ad accettare i limiti della condizione umana e quindi della sua vulnerabilità . La quale era negata da una sorta di onnipotenza difensiva ,sostenuta dal curare gli altri e dalle forti istanze riparatrici ,dovute ai sensi di colpa, non necessariamente perché avessero commesso ,anche se involontariamente ,un terribile incidente ,come abbiamo visto nel film ,ma perché avevano vissuto con intensa angoscia i propri momenti di malattia e di quella degli altri, parenti ,genitori o fratelli, sentendosi completamenti impotenti e impossibilitati ad essere aiutati nell’affrontare queste angosce.
Ma l’ ossessione del medico a riparare può essere anche, come il titolo di un film: Una magnifica ossessione, una passione , che ci porta a svolgere una funzione profondamente umana dedicata all’aiuto degli altri uomini.
Jaspers nella sua analisi del medico nell’età della tecnica fa suo per poi svilupparlo concettualmente il famoso motto di Ippocrate Iatros philosophos isotheos : un medico che diventa filosofo è simile a un Dio.
Nel senso che ,come medico, si avvale del sapere scientifico ,ma non con l’atteggiamento onnipotente del “Salvatore” desiderato in segreto da tanti ammalati, ma con la consapevolezza propria del filosofo ,che conosce i limiti di ogni forma di sapere per cui non si professa sophos ,ma philo-sophos, disponendosi nei confronti del sapere non come un possidente nei confronti del suo territorio ,ma come un viandante nei confronti della sua vita.
Per Jaspers la figura del medico si caratterizza ,dunque , da un lato per la conoscenza scientifica e l’abilità tecnica ,dall’altro per l’Ethos umanitario, ma nell’età della tecnica lo sguardo clinico abbandona sempre di più la componente “umanitaria”, io direi piuttosto empatica ,fondata sulla comunicazione comprensiva tra medico e paziente per attenersi all’oggettività dei dati clinici ,che la strumentazione tecnica offre ,perdendo in parte quella comunicazione tra medico e paziente e trascurando l’aspetto soggettivo della malattia che invece soprattutto ,ad esempio ,un pediatra si trova a dover affrontare.
Il cinema ,la psicoanalisi , anche attraverso la formazione di gruppi di discussione , possono aiutare il medico a riflettere a pensare in maniera profonda alle proprie reazioni emotive ed affettive nel lavoro clinico, e figuriamoci quando il medico è un pediatra che si trova di fronte ad un bambino affetto da patologie gravi.
Vorrei concludere con il mettere in evidenza l’importanza e l’attualità dell’incontro tra medicina e cinema .
Nella preparazione dei seminari effettuati tra gli anni 2009/2012 venni a conoscenza dell’esistenza del movimento di Medicina Narrativa ,nato negli Stati e fondato da Rita Charon, Facoltà di Medicina della Columbia University.
“La Medicina Narrativa ,- nella descrizione di in un articolo di Dinitia Smith sul “New York Times – si fonda sulle narrazioni: narrare, cioè ascoltare, raccontare ed interpretare delle storie, costituisce la base delle relazioni umane e quindi anche del rapporto medico paziente. Sia chiaro, però, che l’NBM (basata sull’analisi qualitativa) e l’EBM (basata, invece, sull’analisi quantitativa) non sono due approcci alternativi bensì complementari, che necessitano di integrarsi ed interagire nella pratica clinica.”
La Medicina Narrativa può attingere non solo a narrazioni di medici, pazienti, operatori sanitari, ma anche letterarie, teatrali e soprattutto cinematografiche. Ma perché proprio il cinema? “Perché il cinema è una summa che include musica, pittura, scultura, letteratura ed è quindi uno strumento di comunicazione nonché di narrazione estremamente efficace .”Con queste sopramenzionate considerazioni di Dipasquale (da un articolo sul sito di Medicina Narrativa) possiamo constatare come il nostro approccio ,attraverso l’utilizzo del cinema per affrontare le problematiche assistenziali medico- paziente abbia notevoli punti in comune con questa tendenza anche se è partito da presupposti indipendenti.
Sono venuto poi a conoscenza proprio in questi ultimi giorni dell’esistenza di MediCinema
Italia un’associazione italiana che nasce nel 2013 ispirandosi all’esperienza di MediCinema UK, charity attiva nel Regno Unito dal 1996.
La peculiarità di questa associazione è quella di allestire veri spazi cinema all’interno delle strutture ospedaliere e case di cura italiane, da adibire alla terapia di sollievo per pazienti degenti e familiari. Questi spazi riproducono la struttura di una sala cinema, ma dotandola di soluzioni particolari, come la totale accessibilità anche per pazienti a letto o in carrozzina, perché stare insieme nella malattia aiuta a stare meglio.
I pazienti in ricovero e cure ospedaliere potranno usufruire del servizio MediCinema, che consiste in incontri settimanali studiati secondo un proprio protocollo esclusivo mirato ai bisogni di ciascun partecipante.
L’utilizzo del cinema come elemento evasivo e di distrazione diventa una “cura” per alleviare la sofferenza fisica e mentale. L’applicazione di questo metodo e il suo costante monitoraggio negli ambiti pediatrici, psichiatrici, geriatrici, pre e post-chirurgici, nelle terapie riabilitative, intensive e nelle lunghe degenze, è un intervento che genera un beneficio e un’innovazione nel trattamento clinico, affiancando la tradizionale terapia medica.
MediCinema Italia è già presente all’interno del Policlinico Universitario A. Gemelli di Roma; Spazio Vita Coop Sociale-Ospedale Niguarda di Milano; Casa Pediatrica Asst Fatebenefratelli-Sacco di Milano; Fondazione per l’infanzia Ronald McDonald Italia di Brescia; Centro Clinico Nemo di Milano Niguarda.
L’attività di MediCinema mi ha evocato un’esperienza che effettuai nel 1979 presso l’Istituto geriatrico E. Brignole anche conosciuto tristemente come Albergo dei Poveri.
In accordo con l’équipe di fisioterapisti e assistenti sociali che lavoravano stabilmente nell’Istituto decisi di tentare con la loro collaborazione la riabilitazione di un gruppo di degenti, alcune delle quali affette da pseudo – demenza .
Decidemmo di commentare brevemente i film, che erano programmati settimanalmente nel cinema dell’Istituto, per proseguire dopo la proiezione con un dibattito. Volevamo cercare di stimolare le pazienti a recuperare il loro immaginario, attraverso la possibilità di riappropriarsi d’emozioni ed affetti ormai sopiti, che la visione del film poteva aver risvegliato in loro, a permettere a tutte le pazienti, anche a quelle in cui non erano presenti sintomi di demenza o pseudo demenza, di comunicare e contestualizzare nel presente, attraverso incontri di gruppo, le esperienze ritrovate o quelle bloccate e fissate nel passato. Le pazienti seguivano contemporaneamente un’attività ergo-ludo terapica, effettuata dai fisioterapisti e dalle assistenti sociali.
A questo punto posso considerare concluso il mio articolo ricredendomi sull’aver pensato negli ultimi anni all‘utilizzo del Cinema solo come strumento di formazione ,mentre oggi sulla base delle attività del movimento della Medicina Narrativa , dell’associazione di MediCinema e della mia passata esperienza presso l’Istituto E.Brignole ,mi chiedo se non lo si possa considerare anche come Cineterapia.

